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MISTRETTA (Sicilia - Messina) - STORIA E DESCRIZIONE DELLA CITTA'

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La cittadina è sita su un colle a circa 1000 metri sul livello del mare nei boscosi monti Nebrodi, ricchi di selvaggina e famosi fin dall’antichità per il loro splendore.

La cittadina si trova a metà tra Palermo e Messina e la statale 117 collega in pochi minuti Mistretta al mare (15 chilometri circa) creando un suggestivo binomio montagna-mare, infatti, il panorama che si può ammirare dalle parti più alte del paese è spettacolare, dai boscosi monti si scende con lo sguardo fino al mare con sullo sfondo le Isole Eolie e, se a questo si aggiunge che durante l’inverno spesso il paese è ricoperto di neve, lo scenario cui si può assistere è unico.

L’origine precisa di Mistretta si perde nella profonda notte dei secoli. Le leggende vogliono questa città fondata dai Ciclopi, antichi abitanti della Sicilia secondo la “Odissea”, alcuni storici affermano che è stata fondata dai Fenici, ma molto probabilmente le sue origini risalgono ai Sicani, primo popolo abitante della Sicilia insieme ai Siculi, come dimostrano le antiche costruzioni in pietra e gli oggetti di ceramica ritrovati nel territorio circostante alla città, molto simili a reperti di civiltà sicana ritrovati nell'Asia Minore.

In ogni caso, le origini di questa cittadina sono incerte e spesso la storia si confonde con il mito, tuttavia, intere generazioni di storici, a cominciare dalle prime documentazioni di età greca e romana, hanno cercato di risalire alla nascita di questa cittadina, sicuramente tra le più antiche della Sicilia. Esistono ipotesi diverse anche per quanto riguarda i due antichi toponimi, Am’Ashtart (popolo di Astarte) o Mete’’Ashtart (uomini di Astarte), che potrebbero aver potuto indicare la stessa città divenuta in epoca greca, Amestratos, e successivamente Mytistraton o indicare un centro diverso. Ciò che, in ogni caso, appare chiaro, è l’origine semitica della nomenclatura, che sembrerebbe indicare, qualunque sia l’interpretazione che si vuol accettare, una presenza fenicia nella zona in cui sorge oggi l’attuale centro di Mistretta, infatti Astarte era una divinità fenicia e l’archeologia ci suggerisce la presenza di un tempio a lei dedicato.

I Greci giunsero intorno al 700 a.C. sulla costa tirrenica siciliana e cominciarono ad insediarsi verso l’interno; si narra che un gruppo di questi, guidato da un condottiero detto Leukaspis, fu ben accolto a Mistretta, tanto che lo stesso condottiero fu venerato come un dio, come ci dimostra una moneta dell’epoca che raffigura il Leukaspis ed un tempio a lui dedicato nella città, sulle cui rovine probabilmente sorge la chiesa più grande del paese.

I greci a Mistretta divennero sempre più numerosi e la città venne “ellenizzata” pacificamente. Rapidamente la “polis sicula” s’ingrandì e si mantenne indipendente con un suo arconte, secondo le leggi greche. Presto si riempì di templi (su quello dedicato a Dioniso sorge attualmente la Chiesa di San Giovanni Battista), ginnasi, teatri, e c’era anche una necropoli sita nella pendice occidentale del monte del castello e un’altra sita nell’attuale territorio della "Villa allegra" all’ingresso della città, dove sono stati ritrovati vasi commemorativi, frantumi di marmo con iscrizioni funebri, ossa, cocci e altri reperti che ci segnalano l’antica presenza di una necropoli in quel luogo. Era presente a Mistretta anche una fortezza, di cui hanno parlato Polibio e Tucidide, che dominava la città. Le sue macerie sono riconoscibili nella campagna antistante il monte castello, presso cui scavi hanno portato alla luce reperti archeologici di grande valore storico.

Sullo sfondo delle Guerre Puniche, il centro ellenico fu posto sotto un terribile assedio dai Romani e nel 258, i consoli Ottacilo e Valerio (console), dopo aver sconfitto molte tra le più importanti città sicule, assediarono Mistretta per ben due volte usando anche molte macchine belliche, come la catapulta, per far terminare l’aspra resistenza dei mistrettesi, si racconta che dopo sette mesi d’inutile assedio, i romani si ritirarono devastando vandalicamente le campagne. In seguito giunsero in Sicilia i consoli Attilio Calatino e Caio Sulpizio che per la terza volta assediarono la città, questa volta i mistrettesi, avendo avuto tutti i raccolti distrutti, impietositi dalle lacrime delle mogli e sconfortati dall’abbandono delle città di Noma e Alesa, città alleate, aprirono le porte della città ai romani che dichiararono di essere indulgenti, ma non fu così ed, infatti, su ordine di Aulo Attilio, la città fu devastata.

Silio Italico nelle sue "Storie" ci presenta Mistretta come un importantissimo centro che forniva ai romani oltre al grano anche soldati ben addestrati, per questo apparteneva alle città federate che godevano del privilegio di pagare le tasse solo in minima parte, compensano con uomini e frumento. Ed in effetti Mistretta acquista importanza con i Romani per la sua posizione dominante, divenendo punto di riferimento imprescindibile per chi viaggiava tra il cuore della Sicilia ed il Tirreno. Tracce storiche inerenti la città di Mistretta si trovano nelle "Verrine" ciceroniane in cui si narra dei soprusi commessi dal governatore Caio Verre in varie città siciliane, tra le quali proprio Mistretta sfruttata per l’enorme produzione di grano e per la ricchezza del centro abitato. Fu poi con Cesare Augusto che Mistretta, come moltissimi centri importanti, per vari motivi, iniziò ad impoverirsi e di questa città non si hanno più tracce storiche fino all’epoca imperiale, quando la popolazione riprese ad aumentare e a progredire nella pastorizia, nell’agricoltura e nel commercio.

Dopo la caduta dell’impero, Mistretta divenne preda dei Vandali, poi dei Goti ed infine fu assoggettata dai bizantini che conquistarono l’intera Sicilia nel 535 d.C. In questo periodo, Mistretta dovette sostenere una forte fiscalizzazione e il suo territorio fu sottoposto a ruberie e saccheggi, ma si arricchì ulteriormente di opere d’arte.

A Mistretta è giunta anche la dominazione araba. Gli Arabi dominarono il paese tra l’827 e il 1070 e costruirono il Castello nel punto più alto della città. Dopo il periodo bizantino, la conquista musulmana rappresentò la premessa per una nuova fioritura per i mistrettesi, infatti, i nuovi venuti, guidati da Ibrahim Ibn Ahamed, erano mercanti e coltivatori e volevano valorizzare gli splendidi territori ereditati dai loro predecessori. Dal punto di vista religioso, non vi fu una forte penetrazione della cultura araba, ma per quanto riguarda gli aspetti sociali e politici e l’introduzione di nuove tecniche costruttive in edilizia o l’introduzione di nuove colture e tecniche di coltivazione, la presenza araba ha arricchito ulteriormente la cittadina mistrettese. Alla dominazione araba successe quella normanna durante la quale il castello fu ampliato ed abbellito.

Il re normanno Ruggero d'Altavilla, nel 1101, donò Mistretta con le sue chiese, i suoi splendori e con tutto il suo territorio al fratello Roberto, Abate della Santissima Trinità in Mileto Calabro e dall’atto di donazione si possono ricavare notizie storiche sul paese che in quel periodo si stava ampliando lungo le falde del monte su cui sorgeva il castello arabo-normanno ed entro le mura di difesa di cui resti sono visibili nel Vico Torrione e lungo la Strada Numea dove si apre la Porta Palermo, una delle due antiche porte della città. Oltre all’insediamento urbano circondato dalle mura, vi erano numerosi "bagli", aggregati sociali e produttivi circondati da orti, ed è proprio dagli antichi "bagli" che hanno avuto origine i quartieri medioevali di Mistretta ricalcati ancora oggi nell’attuale tessuto urbano del centro storico. Il castello è più volte al centro di operazioni militari, come nel 1082, quando Giordano, figlio illegittimo di Ruggero, approfittando dell'assenza del padre recatosi nelle Calabrie, tenta con la complicità dei suoi cortigiani di usurpare il potere, insediandosi stabilmente al governo della Sicilia, o ai tempi di Guglielmo il Malo, quando Matteo Bonello, ricevuta nel 1160 l'investitura della città, si fa promotore di una cospirazione contro il monarca, che diede i risultati sperati (ebbe come unico effetto l'uccisione del ministro Maione di Bari).

La città fu insignita da Federico II di Svevia del titolo di "Città imperiale" e fu successivamente infeudata a Federico d'Antiochia e quindi a suo figlio Corrado. Fu in questo periodo che nacque l'attuale stemma della città raffigurante un'aquila, simbolo di potenza (essendo una città imperiale), ed una croce, simbolo di redenzione (era finita la dominazione araba). Con i Normanni, i grandi latifondi, smembrati dagli Arabi, si ricostituirono e si rafforzò ancora di più il baronaggio.

Finita la dominazione normanna, vi fu l'occupazione angioina che fu una vera e propria dominazione militare. Carlo I d'Angiò importò in Sicilia un feudalesimo arcaico danneggiando l'economia di molti importanti centri, tra cui Mistretta che fondava la sua prosperità sull'agricoltura e sul commercio, data la sua posizione geograficamente strategica. Impoverita e sfruttata dai francesi che distrussero anche i feudi normanni accorpandoli in grandi latifondi gestiti da signori angioini senza scrupoli e sottoposta ad infamie, ruberie e a forti prelievi fiscali, la città di Mistretta insorse e, nel 1282, i cittadini di Mistretta si unirono alla rivolta dei "Vespri Siciliani". Per il gran contributo apportato nella lotta contro i francesi, la città fu inserita tra quelle demaniali ed accolta nel Parlamento del Regno di Sicilia con capitale Palermo, sotto gli Aragonesi. Durante la dominazione aragonese, furono le baronie locali a dominare su Mistretta.

Nel 1447, re Alfonso, sancì la demanialità di Mistretta ed i suoi Casali e, nel consentire al ceto artigiano di entrare a far parte del governo della città, creò i presupposti affinché, nel XVI secolo, la città si arricchisse di numerosi monumenti religiosi e civili.

Notevoli testimonianze del Cinquecento, fase storica di splendore per Mistretta, ci sono date dalla magnificenza dei lavori con i quali gli scalpellini del paese arricchirono la Chiesa Madre, aggiungendoli ai raffinatissimi interventi dei Gagini. Di questo periodo è pure la fondazione dell’Ospedale e la "Casa dei Pellegrini", edifici ancora oggi esistenti con le loro originarie caratteristiche. La città, tuttavia, mentre si arricchiva di arte (il barocco, le chiese, i palazzi, tele, sculture, ...), subiva la stessa sorte del resto della Sicilia, la perdita del peso politico, dominata dai re di Castiglia.

Il Settecento fu anch’esso periodo di benessere per i mistrettesi, per la crescita economica dovuta all’esportazione di prodotti agricoli ed allo sfruttamento dei boschi comunali. Mistretta diviene quindi importante centro commerciale e sede d’uffici e magazzini che consentivano una efficiente lavorazione e commercializzazione dei prodotti. A questa ricchezza corrisponde l’affermarsi di una ricca borghesia che, grazie alle proprie commesse, consentì il fiorire di una serie di attività artigianali per la lavorazione del ferro e del legno. Questa ricca classe sociale provvide a far edificare palazzi signorili e urbanizzò l’area di proprietà della Chiesa di Santa Caterina d'Alessandria ai confini del bosco che sovrasta la cittadina.

Nel 1713 (Trattato di Utrecht), la Spagna cedette i suoi possedimenti in Italia all’Austria, ma il principe Vittorio Amedeo di Savoia cui spettava la Sicilia la barattò in cambio della Sardegna e l’isola passò a Carlo III di borbone; per i mistettesi e tutti i siciliani iniziava la dominazione dei borbonica.

Sotto i Borboni, Mistretta divenne totalmente gestita dai baroni locali, dato il mal governo e l’incuria dei sovrani borbonici. La borghesia locale si preoccupò di abbellire a ampliare la città e durante l’Ottocento furono costruiti palazzi, fu messo in opera un poderoso riassetto urbanistico, furono abbellite le chiese con numerose opere d’arte, fu aperta la biblioteca comunale. La città riacquistò così l’antica importanza e divenne il punto di riferimento commerciale e culturale per tutti i centri vicini raggiungendo una popolazione di poco meno di 20.000 abitanti.

Il regime poliziesco di Ferdinando II e il malcontento diffusosi a Mistretta presso la nascente classe media costituita da professionisti, artigiani e massari, fecero sì che la cittadina mistrettese fosse la prima ad insorgere contro i borboni dopo Palermo nel 1860 contribuendo alla causa dell’unità d’Italia. Successivamente Mistretta subì le vicende di tutta la Sicilia nell’Italia post-unitaria fino ai giorni nostri.

All’inizio del ‘900, infatti, la Sicilia aveva quasi del tutto consumato l’immagine forte che il secolo appena concluso le aveva permesso di costruire e consegnare, la sua storia regionale superava in varietà e prestigio quella delle altre regioni. Mistretta, come molte altre città sicule in quel periodo, aveva raggiunto l'apice del suo splendore economico, artigianale, artistico e culturale, ma dietro ai palazzi nobiliari, ai circoli culturali, alle fiere, alle feste di paese, si nascondevano le sorti infauste che hanno segnato le vicende di numerose cittadine della Sicilia.

La cittadina ha seguito il destino di gran parte dei centri di montagna siciliani nel Novecento, ha subito i colpi inferti dalla disoccupazione fino allo spopolamento per emigrazione (dai 20.000 abitanti dell’Ottocento, oggi sono poco più di 5.000), subisce la fuga dei più giovani che per motivi di studio o per cercare nuove opportunità lasciano il centro nebroideo, vede scomparire ogni giorno parte del suo patrimonio artistico-culturale sotto i colpi inferti dalla negligenza e dalla delinquenza.

Mistretta fu uno dei primi comuni siciliani ad avere l'energia elettrica e oggi nel suo comune ci sono un Tribunale, l’Ospedale, la Caserma dei carabinieri, un carcere, due licei (classico e scientifico), l’Asl e sono presenti numerose strutture e servizi che non si giustificherebbero in un piccolo centro montano se non ricorrendo alla sua millenaria storia. Degli antichi fasti e della grandezza di un tempo rimangono tracce tangibili nelle 22 chiese ancora tutte attive e ricche d’opere d’arte di valore inestimabile, nei palazzi e nei monumenti.

 

LE CHIESE ED I PALAZZI STORICI

PORTA PALERMO

Nel Settecento le mura della città avevano perso la loro funzione difensiva e anche le maestose porte della città costruite con la dura pietra locale non venivano più sorvegliate.

Le prime notizie certe sull’esistenza di porte a Mistretta risalgono al 1475 perché vengono menzionate in alcuni documenti dell'epoca, ma da altri documenti successivi sappiamo che avevano perso la loro funzione principale, tanto che nel 1771 venne concessa al Barone Giaconia l’autorizzazione a costruire sulle mura. Il Barone costruì sulla porta da cui partiva la strada che conduceva a Palermo rafforzandone i contrafforti, trasformando così la maestosa porta in una struttura portante dei suoi palazzi.

Oggi passando attraverso la porta che sorregge i palazzi del Settecento si accede alla ripida "Via Porta Palermo" che s’immette nel cuore del centro storico creando uno scorcio unico nel suo genere.

FONTANA SAN VINCENZO

Adiacente alla chiesa di San Vincenzo nello spiazzale denominato "Largo Progresso", nel 1875 fu costruita una fontana in pietra, dal mastro scalpellino Vincenzo Arcieri, il quale appaltò i lavori di costruzione dell’acquedotto. Dalla fontana oggi non sgorga più acqua, ma è possibile ammirare il mirabile lavoro realizzato dall'artigiano mistrettese.

FONTANA PALO

La città di Mistretta essendo in montagna è ricca di acqua che sgorga in molte fontane oltre che confluire nell'acquedotto comunale. Nel quartiere "Palo" chiamato così perché nel "Largo Buonconsiglio" durante il Seicento venivano "messi al palo", cioè impiccati i dissidenti, vi è una maestosa fontana.

Questa fontana venne costruita nel 1860 dai maestri scalpellini locali e dai fratelli Pellegrino. Oggi si alimenta tramite l'acquedotto comunale, ma in passato era e collegata attraverso un sistema idraulico alle sorgenti dette "Virdicanne".

FONTANA DEL ROSARIO

Vicino la chiesa del SS. Rosario, definito e pavimentato tra il 1868 e il 1870 in seguito ad un riassetto urbanistico della città, vi era una fontana in pietra, eseguita dagli scalpellini Giaimo e Cannata riutilizzando pezzi provenienti dalla "Fontana del Fruscio", prima sita nella P.zza Vittorio Veneto.

La fontana negli anni sessanta fu spostata di qualche centinaio di metri per facilitare il percorso delle macchine che diventavano sempre più numerose.

La Villa Garibaldi [modifica]

Nel 1873, il terreno antistante al monastero dei Padri Cappuccini trasformato in carcere, divenne di proprietà del comune che ne delimitò il perimetro con mura di cinta in pietra ed inferriate in ferro battuto. La Villa Fu dedicata a Garibaldi e a suo ricordo venne collocato un busto marmoreo raffigurante la sua immagine, scolpito dall'artista mistrettese Noè Marullo.

La "Villa Garibaldi" s’ispira allo stile italiano che deriva dal modello del giardino medievale, circondato da alte siepi di disegno geometrico. Il comune acquistò a Palermo numerose piante, anche rare e particolari, che andarono ad affiancare quelle già presenti sul posto e curate dai frati. Vi sono anche alberi secolari che imponenti spiccano in questa oasi di verde nel cuore della cittadina.

LA CHIESA MADRE DI S. LUCIA

La chiesa Madre non è datata con precisione, le prime notizie scritte su di essa risalgono al 1170, anno in cui il Vescovo di Cefalù la donò con tutti i suoi arredi e patrimoni ad un canonico della sua Cattedrale. Della struttura normanna, orientata ad est, e del suo arredo, non è rimasto nulla e non ci sono documenti attraverso cui potervi risalire.

Nel XVII secolo venne ampliata con l’innalzamento dell’abside e del transetto e la costruzione del tiburio ottagonale rivestito di maioliche verdi cristalline. Nel 1552, Antonino Gagini scolpì una serie di opere tra cui L’Annunciazione, il Risorto tra i SS. Pietro e Paolo, gli Apostoli nella predella. Nel 1521, fu edificata la possente torre campanaria e nel 1561 Fazio Gagini realizzò la statua marmorea di S. Lucia. Un ulteriore ampliamento della chiesa si ebbe nel corso del XVII sec. e riguardò l’edificazione del transetto, con la cupola poligonale e le due cappelle mariane simmetriche (Madonna dei Miracoli ed Santa Maria Odigitria) e della nuova zona absidale, ad ovest, su un arco, con il presbiterio, il coro e le due cappelle laterali del SS. Sacramento e di S. Lucia.

Al periodo contemporaneo risalgono l’apertura del ricchissimo portale principale e di quello meridionale, entrambi realizzati in pietra arenaria e da scalpellini locali, oltre che la commissione e realizzazione di opere d’arte figurativa e decorativa ad opera di maestranze locali (pietra e legno), palermitane (Marmi e argenti), dei centri vicini (tele stucchi ed affreschi. Ad un ulteriore ampliamento seguì la nuova dedicazione (1775), e l’erezione a parrocchia nel 1790.

Recentemente la chiesa è stata sottoposta ad un restauro che ha portato ala luce parte degli sfarzi che il tempo aveva nascosto.

LA CHIESA DELLA SS. TRINITA' O SAN VINCENZO

La chiesa della SS. Trinità, d’origine normanna, è da tutti erroneamente chiamata chiesa di S. Vincenzo poiché al suo interno si venera il Santo.

Nel 1101 venne donata dal conte Ruggero all’Abbazia della SS. Trinità di Mileto, in Calabria. Il prospetto attuale del XVII sec. raffigurante la SS. Trinità con tre figure umane uguali, è affiancato da due agili campanili culminanti a guglie coniche rivestite di tessere policrome in ceramica. In seguito di modifiche apportate nel 1661 la chiesa venne ampliata e ridotta a pianta quasi ellittica e arricchita di altari.

Nei primi del Novecento sul frontone della chiesa fu inserita la statua dell’Angelo nella bara scolpita da Noè Marullo.

LA CHIESA DEL SS. SALVATORE

È una piccola chiesa ad una navata, che non è possibile datare, molto probabilmente è di epoca bizantina come dimostrerebbe l'affresco raffigurante il Cristo Pantokratore datato dopo un recente restauro al Duecento

CHIESA DI SAN FRANCESCO D'ASSISI

La chiesa di S. Francesco d'Assisi era inglobata nel convento delle Benedettine, che vi dimorarono fino al 1569, quando lo cedettero ai Padri Cappuccini trasferendosi nel nuovo convento di S. Maria del Soccorso.

Fu solo nel 1604 che i Cappuccini ampliarono l’attuale chiesa, costituita da un’unica navata ricca di sculture lignee e dipinti. Tra le opere più interessanti conservate in questa chiesa ricordiamo la Pala della Madonna degli Angeli di Scipione Pulzone del 1588, l’Altare Maggiore ligneo del Sac. Biffarella del 1742, la Sacra Famiglia con Sant’Anna ed Angeli di Antonio Catalano del 1599, la Deposizione (XVI sec) attribuita ad Antonello de Saliba e un Crocifisso ligneo con 68 formelle ognuna delle quali è un reliquario.

CHIESA DI SAN SEBASTIANO

La chiesa è stata costruita nel XVI secolo, di pianta basilicale a tre navate con colonne monolitiche in pietra. Nel 1603, fu realizzato il portale principale con la lunetta ogivale. Del XVI sec. è la primitiva statua lignea, policroma e con parti dorate, che raffigura San Sebastiano, patrono della città di Mistretta a cui la chiesa è dedicata. Nel 1676 fu edificato il campanile a quattro ordini sovrastati da una cupola a bulbo.

Nel tempo la chiesa ha subito alcune modifiche: alla fine dell’Ottocento la facciata principale è stata ricoperta da intonaco e sono stati inseriti sull’architrave del portone principale e sulle porte laterali, dei bassorilievi in stucco raffiguranti, sulla prima, scene del martirio del Santo e, sulle seconde, degli Angeli. Un sisma, nel 1967, ha provocato danni tali da costringere a ricostruire buona parte della costruzione. L’interno ne ha subito maggiormente le conseguenze, essendo stato modificato in maniera quasi radicale.

Nella chiesa sono gelosamente custoditi il fercolo di S. Sebastiano con il simulacro, scolpiti rispettivamente da Noè Marullo, tra il 1886 ed il 1904, e dai fratelli Li Volsi(1610), ed il simulacro rappresentante gli Angeli che sorreggono una teca con le Reliquie del Santo.

Da questa chiesa parte l'imponente processione di San Sebastiano che si svolge due volte l'anno.

CHIESA DI SANTA CATERINA

Costruita tra il XIII ed il XIV secolo la chiesa è dedicata a Santa Caterina di Alessandria. Era piccolissima e si trovava fuori dalle mura. Nel 1493 vi fu posta la statua marmorea della Santa, attribuita da alcuni a Giorgio da Milano, mentre da altri ad Andrea Mancino ed Antonio Vanella, accompagnata da attributi iconografici generali, come la corona, e specifici, come la spada, la ruota dentata e il libro aperto.

Sul plinto, di forma poligonale, vi è raffigurata al centro la Santa in preghiera, incoronata dagli Angeli, tra due ruote dentate ed affiancata da due gruppi di tre confrati incappucciati, probabilmente i committenti dell’opera. Nel XVI secolo i cospicui interventi di ampliamento determinano il delinearsi della configurazione definitiva a pianta basilicale con tre navate, transetto ed abside.

Al 1547 risalgono gli archi a tutto sesto sostenute da colonne monolitiche con capitelli compositi e rinascimentali, e le basi istoriate. Nel 1569 viene aperto il portale principale, a due ordini, con l’architrave sorretto da mensole laterali sovrastati da un arco a sesto acuto. Nel 1572, lo scultore Baldassarre di Massa scolpì una Cona marmorea, che circonda il simulacro della Santa, dove vi sono raffigurati, ai lati, S. Antonio da Padova e S. Marco, con una cornice di otto formelle in sequenza verticale ed una orizzontale superiore, decorate con episodi tratti dal martirio della Santa.

Nel 1722, fu edificato il campanile con guglia conica formata da cunei di terracotta smaltati di diverso colore. Interessante l'acquasantiera marmorea rinascimentale, con S. Caterina ed Angeli, e l’Altare Maggiore, realizzato con marmi misti policromi, arricchito anteriormente da un paliotto ricamato in oro e argento, della prima metà del Settecento, attribuito a Cosimo Cannizzaro.

Dal 1750 in poi molti cambiamenti hanno modificato l’aspetto esterno ed interno della chiesa, come la soppressione delle cappelle laterali, per edificare la sala parrocchiale.

CHIESA DI SAN GIOVANNI BATTISTA

La chiesa di San Giovanni Battista fu costruita nel 1534, come testimonia la scritta sull’architrave del portale principale. Originariamente a pianta basilicale, fu trasformata a croce latina nel 1818. Nello stesso periodo ne venne modificato l’aspetto interno, che oggi si presenta in chiave neoclassica; le colonne e le pareti furono ricoperte da stucchi e venne realizzata la copertura a volta delle cappelle laterali della zona absidale.

L’opera più preziosa custodita nella cappellina a sinistra del transetto è il Cristo che porta la croce in legno dorato punzonato con capelli umani, donati per voto. Notevoli sono anche la statua in cartapesta della Madonna Assunta realizzata da Noè Marullo, la tela centrale, raffigurante "Il battesimo di Gesù".

Il prospetto principale è in stile romanico, con una doppia scalinata semicircolare che conduce all’ingresso principale affiancato da due leoni in pietra recanti simboli liturgici.

PALAZZO TITA

Sito nel Quartiere della SS. Trinità, di fronte alla chiesa omonima, il Palazzo Tita, ricostruito nel 1885 con la facciata in stile bugnato e arricchita da putti scolpiti da Noè Marullo, ed il portale impreziosito con meduse e mostri marini, è uno dei più belli palazzi di Mistretta.

PALAZZO SALAMONE-GIACONIA

Il Palazzo Salamone-Giaconia, esistente già nel Seicento e ristrutturato nel 1865, è caratterizzato da sculture e bassorilievi in mensole, chiavi di volta e lo stemma della famiglia nel portale. Si affaccia sulla Piazza Concordia, totalmente in muratura, con un’alta scala in monoblocchi di pietra arenaria.

PALAZZO SCADUTO

Palazzo Scaduto è uno dei più antichi d Mistretta. Venne edificato nel 1660, in stile barocco, il cui portale principale è arricchito da due maestose sculture laterali e da bassorilievi; all’interno il palazzo conserva la più alta scala alla "trapanese" di Sicilia.

Costruito dal Barone Pietro Scaduto, Giurato della Città, diventò di proprietà dei Baroni Bosco, alla fine del Settecento, in via ereditaria. Nel 1816, il Barone Biagio Lipari costruisce un corpo di casa fra l’attuale Vicolo Cuscè e la via Catania, a fianco del Palazzo Bosco. Il Barone Antonino, figlio di Biagio, acquista dai Bosco il palazzo e l’area circostante ed inoltre diventa proprietario della casa beneficiale Cuscè, attigua al palazzo. Nel 1826, amplia il palazzo inglobandovi la casa costruita dal padre e la casa Cuscè costituendo un nuovo corpo, in via Cairoli.

Lo stemma della famiglia Lipari, il leone rampante ai piedi di un albero, è scolpito nella chiave di volta della porta d’ingresso della via Cairoli. Il palazzo viene ereditato dal nipote Giuseppe, che nel 1891 lo ristruttura in occasione del matrimonio della figlia con il Barone Giaconia.

PALAZZO RUSSO

Il Palazzo Russo è un esempio di architettura del Settecento, con portale ad arco a tutto sesto in pietra arenaria con alla sommità l’aquila rampante dello stemma nobiliare. All’interno vi è una loggia che risale sicuramente ad un’epoca precedente. Il palazzo fu ultimato nel 1775 come testimonia la data incisa su una pietra sottostante il tetto. L’edificio fu costruito dal Barone Armao e acquistato dal Cavalier Giovanni Russo in occasione del suo matrimonio con Remigia Catania, circa un secolo dopo.
EVENTI ANNUALI MANIFESTAZIONI ESTIVE

a) Riti del Carnevale; 

b) Riti della Settimana Santa, tra i quali la processione delle "Varette" (Venerdì Santo);

c) Festa patronale di S. Sebastiano (18 gennaio; 20 agosto);

d) Festa della Madonna della Luce e la processione dei "Giganti" (Cronos e Mhitia) (7-8 settembre).

ESTATE 2007

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